Uno non vale l’altro

Nel lungo film della giornata di ieri per governo e maggioranza spicca la sequenza delle h.14, quando la riunione di maggioranza si è aggiornata a dopo le comunicazioni di Draghi, per avere tempo di trovare un accordo sulla risoluzione. Lì si sarebbe sfiorato sul serio lo strappo.

Sospetti incrociati su chi volesse spingere chi all’uscita dal governo, poi la ricomposizione, grazie al lavoro dei pontieri, con la formula dell’ampio coinvolgimento delle Camere in occasione anche dei più rilevanti summit internazionali riguardanti la guerra in Ucraina e le misure di sostegno alle istituzioni ucraine, ivi comprese le cessioni di forniture militari.

Niente strappo, ma scissione si.

Preoccupato per la stabilita’ della maggioranza? “Vediamo”, si era limitato a rispondere Mario Draghi, che in Aula a Palazzo Madama ha avuto al suo fianco proprio il titolare della Farnesina: un messaggio preciso, dicono alcuni, per sottolineare che ogni mossa era nota al premier. Ad ogni modo, il divorzio tra Conte e Di Maio pone degli interrogativi anche negli altri partiti.

Enrico Letta ha spiegato di voler parlare con entrambi ma cresce il fronte nel Pd di chi vorrebbe avere come interlocutore il ministro degli Esteri e non l’ex presidente del Consiglio. Renzi non esclude che il segretario Pd dia vita a un’operazione ‘stile Ulivo’.

Anche nel centrodestra si assiste con interesse alla scissione M5s che peraltro assegna maggiore potere contrattuale alla Lega, che beneficia dell’upgrade a partito di maggioranza con i gruppi parlamentari più consistenti. 

Nessun commento dal Colle, ma si registra come l’esecutivo ha incassato un forte sostegno del Senato e, salvo sorprese, altrettanto succederà alla Camera.

Non sfugge, ai radar del Quirinale, che una scissione potrebbe creare onde che finirebbero per lambire il governo ma se tutte le forze di maggioranza continueranno a sostenere i provvedimenti dell’esecutivo, senza mettere in mora la presenza di questo o quel ministro, potrebbe non esserci nessuna ripercussione sulla tenuta di Palazzo Chigi.

L’ultima sequenza della giornata di ieri riporta i riflettori su Luigi Di Maio, che ha ufficializzato lo strappo – 50 deputati e 11 senatori, questo il ‘fixing’, al momento, per i gruppi di Insieme per il futuro – e dice addio al Movimento. “Mi sono interrogato a lungo sul percorso che il M5s ha deciso di intraprendere, un percorso che guarda al passato. Ci siamo ancorati a vecchi modelli. Era necessario aprirsi al confronto – spiega – Voglio dire grazie al M5s per tutto quello che ha fatto per me, sono anche convinto di aver ricambiato dando il massimo per il Movimento in tutti questi anni. Sono stati anni intensi, ricchi di emozioni, successi ma anche grandi sofferenze e quella di oggi e’ una scelta sofferta che non avrei mai immaginato di fare. Da oggi inizia un nuovo percorso, con persone che hanno scelto di guardare al futuro. Abbiamo bisogno di aggregare le migliori capacita’ e talenti di questo Paese perche’ uno non vale l’altro”. E’ la negazione del ‘mantra’ M5s. E’ davvero l’addio.

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