Questo tema, al momento della sua emissione, ma anche solo 10 giorni or sono, avrebbe indotto ben altre domande e portato ad altre riflessioni.
La settimana scorsa si sono intrecciate novità, se non stravolgimenti, che cambiano la postura dell’Italia verso questa area geografica ed agli interessi nazionali che vi incidono
Cominciamo da quelli più generali:
- La decisione UE di dare priorità al progetto ScanMed Corridor che riconosce inequivocabilmente l’Italia come hub europeo sud (e ne fa il paese più beneficiato direttamente ed indirettamente),
- L’incontro Biden Draghi a Washington che ha aperto la porta ad un nuovo schema di rapporti transatlantici, (schema euroatlantico, rapporti a blocco, non peer to peer che influenzerà anche la NATO),
e continuiamo con quelli specifici:
- La convergenza generale sul progetto Euromed che sconfigge le ambiguità statunitensi e crea di fatto un’alleanza economica (con alle spalle un posizionamento di sicurezza) tra i paesi del fronte sud della UE, Cipro, Israele, ed Egitto, un’alleanza che riguarda anche i paesi del patto di Abramo e frena /interferisce il progetto /programma della mezzaluna araba portato avanti dalla Turchia con l’appoggio della Russia per il posizionamento in Turchia,
- Il disimpegno, o almeno il minor impegno russo nei paesi MENA, soprattutto in Libia, che POTREBBE nuovamente dare fiato all’Italia nella stessa (che questa volta potrebbe non avere l’aperta contrarietà di Francia ed USA),
Una nuova giravolta turca, certamente non quella finale, che blocca di fatto l’adesione di Svezia e Finlandia alla NATO, dopo che dopo alcune ambiguità inziali, con molto attivismo e promozione di un ruolo di mediazione, la Turchia sembrava essere tornata un membro “allineato” dell’alleanza atlantica, per poi tornare ad essere pesante elemento di perturbazione.
Il mediterraneo orientale è fondamentale da sempre per l’Italia, la prima negli ultimi vent’anni ad aver capito ed investito pesantemente sul potenziale energetico dell’area, ma è anche fondamentale quale cerniera commerciale, essendo l’accesso ad est dell’area MENA, nella quale l’Italia, per se stessa e per l’Europa deve giocare un ruolo fondamentale.
l’Italia pur essendo geograficamente inserita in forma previlegiata nel Mediterraneo e potendo giocare un ruolo maggiore nell’area MENA, di tipo strategico, politico ed economico, non ha sfruttato questo vantaggio comparativo (e questa, sarebbe, per esempio, la proiezione e l’interazione del cluster marittimo nazionale, filosofia e pianificazione necessarie per sfruttare appieno il programma ScanMed Corridor).
Un’opportunità che si ripresenta all’Italia dopo oltre 25 anni: la condizione per la profittabilità da parte italiana è che esista e sia adeguato un sistema integrato, che non riguardi solo l’energia, certamente prioritaria, ma nell’immediato le infrastrutture con tutti i servizi marittimi collegati e collegabili: si tratta di mettere a regime una componente naturale del cluster marittimo nazionale.
Da quest’ultimo punto di vista l’Italia si pone anche quale hub energetico (il corridoio energetico SUD NORD che investe tutta la penisola, esiste, è completo ed è efficiente) ed è contrastata da Grecia e Turchia.
L’Italia, che ha perso il senso della sua marittimità e dell’importanza della stessa detiene una quota di mercato limitata al 5,3%, posizionandosi al quarto posto come fornitore dei MENA subito dopo la Cina, gli Stati Uniti e la Germania. I problemi, e gli attriti, nell’area (che riguarda anche i Balcani e la costa orientale dell’Adriatico) hanno tre riferimenti, tre attori ben identificati ed interessi precisi, Russia, Turchia e Cina, realtà ormai ben posizionate nell’area, e di volta in volta in sintonia tra loro per interessi e interventi puntuali e regionali
Il progetto cinese della Nuova Via della Seta Marittima punta all’asservimento economico dei paesi appartenenti a quest’area, già ricchi di risorse energetiche e quelli del MENA con forza lavoro inquieta e giovane.
Per l’Italia si tratta di una minaccia, economica e strategica: il nostro paese, dovrebbe ambire, in una rinnovata marittimità, ad essere la piattaforma logistica naturale e riconosciuta dell’Europa per le nuove rotte commerciali.
l’area, oltre agli ovvi vantaggi derivanti dalla vicinanza geografica, rappresenta un reale mercato di sbocco in crescita.
IL CSMD, l’ammiraglio Cavo Dragone, parlando la settimana scorsa a Washington, ha anche sottolineato la necessità di non perdere di vista il fronte sud “un’area pericolosa come sempre, le cui instabilità avranno impatti su tutto lo spazio euro-atlantico”.
In particolare, la regione mediterranea, e per noi il mediterraneo orientale, acquisirà sempre maggiore importanza dal punto di vista energetico, ora che l’Europa dovrà trovare nuove fonti di approvvigionamento alternative a quelle russe.
Il paese (o il “sistema Italia” che tutti predicano e pochi applicano), come interessi nazionali, prima ancora che come membro di due alleanze, una economica, la UE, ed una militare, la NATO, deve fare delle scelte, dare priorità a programmi e conseguenti rapporti, deve definire la sua politica regionale e, a scendere in catena, la sua politica marittima, le sue priorità energetiche, la sua politica navale; in termini di implementazione ed operativi espandere e mettere a regime il proprio cluster marittimo che diventerà l’obiettivo delle tutele nazionali ed il potere contrattuale nei confronti di partners ed avversari
Per l’Italia, che giunge buona ultima, la scelta degli schieramenti, prima ancora delle alleanze, al momento apparirebbe obbligata dagli ormai chiari e molto tempestivi posizionamenti degli altri players che hanno spiazzato l’Italia e leso i suoi legittimi interessi.
Concentrandosi tra due attori, Grecia e Turchia, con la prima si tratta fondamentalmente di compatibilizzare interessi economici e monetizzare posizione, disponibilità e maggiore flessibilità di quelle italiane, in forme che alla fine diventino ancora più redditizie tra due economie che possono essere complementari anziché concorrenziali, per la seconda sono troppi i dubbi ed i casi in cui si va verso l’incompatibilità:
- la Libia, in cui è radicata anche un’aggressiva presenza militare turca, in sintonia con quella russa,
- le ZEE, con una pretesa congiunta turco libica altamente lesiva per l’Italia, che tocca interessi nello Ionio ed ha riflessi all’ imboccatura dell’Adriatico, con una base potenzialmente ostile a Valona,
- l’aperta aggressione nei confronti dell’Italia per le concessioni e gli sfruttamenti off shore ottenuti (e pagati) da imprese italiane,
- l’espansione sui Balcani e sull’ “altra sponda adriatica” con un pericoloso intreccio con Cina e Russia,
- le conseguenze dell’irrigidimento, al limite del veto, per l’allargamento ed il consolidamento della NATO.
La Turchia di Erdogan aspira a troppi ruoli e cambia fronte con disinvoltura, monetizzando ogni giravolta: da alleato allineato, autoproclamato mediatore, ad ostacolo e mina vagante in un momento critico della NATO ?
La chiusura turca al possibile ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO impone riflessioni sulle reali prospettive geopolitiche nel Mediterraneo Orientale. Una nuova giravolta che porta a ragionare non solo sulla postura della Turchia nell’alleanza atlantica, ma anche a dover affrontare e gestire le schermaglie tattiche tra Turchia e Russia, amici/nemici, compari di affari e di avventure (senza trascurare quelle sino-turche e il dominio islamico in Africa).
Erdogan, con cui si identifica il paese, al pari della Russia che si identica con Putin, ha dimostrato di saper non solo come ma quando poter bloccare non solo la NATO, ma persino la UE (di cui non fa parte)
Si tratta della lampante dimostrazione di come per la Cina, come per la Russia o per altre potenze rivali sinora è stato ed è sufficiente influenzare uno Stato membro come proprio cavallo di Troia per bloccare l’azione di 27 o 30 nazioni.
L’esempio comunemente citato è l’Ungheria di Viktor Orbán, in nome della quale l’ex pupillo di George Soros alza continuamente l’asticella per bloccare il sesto pacchetto di sanzioni europee, mentre i missili russi continuano a colpire Odessa e a uccidere civili in tante altre località dell’Ucraina, ma di questi giorni l’esempio più dirompente, la stoccata inaspettata è stata la negativa di Erdogan quando l’ entrata nella NATO di Svezia e Finlandia potevano anche essere elemento allo stesso tempo negoziale e di esercizio di potere nei confronti di Putin
Un “assist” immediato alla Russia che genera inquietudini e dubbi
Il progetto di una vera Europa politica (non più prigioniera dell’unanimità) disegnato da Draghi è condivisa da Macron, Scholz e altri esponenti politici europei di primo piano, ed Erdogan – che l’ha capito – vuole monetizzare anche la sua inopportunità –
Non importa che – nelle sue tipiche manovre – Ankara abbia fatto immediatamente ma di facciata una mezza marcia indietro, va sottolineato il prezzo che ha posto alla sua acquiescenza, visto che condiziona l’emergenza a negoziati con i Paesi nordici assicurandosi un giro di vite su quelle che vede come attività terroristiche ospitate soprattutto a Stoccolma, in piena sintonia, temporale e concettuale con Mosca che definisce un errore l’ingresso di Helsinki e Stoccolma nella Nato.
L’accusa di Erdogan è inesistente ed irrilevante rispetto alla richiesta della Finlandia (che condivide 1300 chilometri di confine con la Russia) e della Svezia, visto che ambedue hanno buone ragioni per identificarsi con la NATO in un momento in cui si sentono minacciate.
Sorge spontaneo il sospetto che, in ogni modo, anche a “caffè sospeso” Erdogan farebbe un favore a Putin in questa circostanza, mantenendo così un rapporto che gli conviene nella costruzione del suo asse di una mezzaluna sunnita, a fronte di quella sciita che lui teme in Siria.
È lì infatti che il rapporto con la Russia potrebbe deteriorarsi, circostanza che gli farebbe perdere influenze in loco, queste ultime davvero dominanti rispetto alla questione curda.
Una postura che consente a Erdogan, che nelle attuali condizioni di potere è la Turchia, di avere una presenza importante, non importa se ingombrante, sulla scena politica internazionale, amplificata dalla questione dell’energia.
Erdogan è stato sempre il principale oppositore al gasdotto EastMed (per interessi propri e quale sponda tanto di Russia quanto della Germania), che coinvolge Israele, Grecia e Cipro.
Anche per compiacerlo gli Usa avevano fermato il progetto, ed ancora una volta la Turchia intende tutelare i propri interessi prioritari boicottando le mosse che possono portare all’alternativa ed alla ripresa energetica grazie a EastMed.
Non solo energia e Siria, la partita giocata da Ankara comprende nel prezzo anche nuove possibili forniture militari dagli Stati Uniti, che sono passati dall’aver espulso la Turchia dal programma degli F-35 per il concomitante acquisto degli S-400 russi, alla “quasi vendita” degli F-16 Viper su cui Antony Blinken si è detto aperturista.
Mosse che danno eccessivo potere a Erdogan, che riflettono il solito errore americano, commesso anche da Trump, di vedere Erdogan come un alleato (anche se non affidabile): non è così, perché fa solo i propri interessi, che in questo momento riguardano la gravissima situazione economica e finanziaria in cui la Turchia è stata portata dall’ avventurismo di Erdogan Una debolezza sfacciatamente giocata come potere contrattuale a cui Biden ha (sinora) abboccato.
La situazione del Mediterraneo orientale era del resto stata ben tratteggiata dall’Amm Fabio Caffio a fine 2021, identificando lo scontro di due filosofie espansive, Grande Idea o Patria Blu, tratteggiando i movimenti ed i confronti di Grecia e Turchia in quella parte molto contesa del Mediterraneo.
Grande è l’attivismo della Grecia per affermare i suoi spazi di giurisdizione, dai confini con Italia e Albania a quelli con Egitto e Cipro ma Ankara si è mossa per prima a fine 2019, concordando il limite della Zona economica esclusiva (ZEE) con Tripoli; le sue pretese complessive forse sono ispirate alla dottrina della “Patria Blu” che teorizza un’ampia visione marittima.
La questione delle isole dell’Egeo è ancora congelata ma riemerge con forza a sud, per Kastellorizo e il Dodecaneso.
Le due parti paiono perseguire una politica di fatti compiuti, prima di una tregua/moratoria.
L’Italia, schierata con l’Unione europea, ambigua seppur con molte riserve verso la Turchia, una specie di “attendismo non belligerante.
La Grecia, forse colta di sorpresa da una montante aggressività turca, e dal gioco al rialzo della Turchia nei confronti di una ondivaga politica regionale statunitense, sembra abbandonare la politica dell’attendismo e del basso profilo.
La Grecia ha dimostrato di saper condurre con scioltezza e visione la politica regionale mediterranea di proprio interesse tessendo rapporti bilaterale e muovendosi anche il supporto di UE e NATO, ed ha (positivamente) messo tutti di fronte a fatti compiuti con una seri ei accordi con i principali paesi dell’area MENA suoi dirimpettai.
Dopo un lungo periodo di basso profilo mirato ad appoggiare la politica cipriota di istituzione di ZEE, Atene ha cominciato la sua espansione marittima concordando il confine della Zee con l’Italia, ma soprattutto stabilendo quello con l’Egitto (8 agosto 2021) che, peraltro, dovrà essere definito da ulteriori accordi.
In gioco ci sono, ovunque prospettive o miraggi di risorse energetiche ed anticipandosi alle definizioni Atene ha designato blocchi energetici offshore che debordano sui versanti italiano ed albanese della piattaforma continentale, confidando forse nel disinteresse dei vicini.
La Grecia ha anche aperto il fronte dell’allargamento delle proprie acque territoriali da 6 a 12 miglia a lungo rimasto latente.
L’iniziativa era stata prevista – come eventuale e discrezionale – dalla legge 2321/1995; in risposta, il Parlamento turco aveva approvato una risoluzione che autorizza, in tal caso, l’uso della forza contro la Grecia.
Essendo esclusa al momento una modifica dello status quo dell’Egeo (che così passerebbe per il 70% sotto sovranità greca), probabilmente il provvedimento riguarderà le isole dello Ionio ove non ci sono problemi di sovrapposizione con l’Italia; per il Canale di Corfù si aggraverebbero invece i problemi indotti dalla mancata vigenza dell’accordo con l’Albania: Tirana ha adottato una posizione cauta, ma Atene è in pressing diplomatico per chiudere la partita.
Riguardo a Creta, con l’estensione a 12 miglia, il mare territoriale si sovrapporrebbe alla ZEE Turco-libica il cui limite laterale presuppone giurisdizione greca di sole 6 mg. Gli stessi problemi si presentano per Scarpanto e Rodi.
Per Kastellorizo – attribuita all’Italia assieme al Dodecaneso con il Trattato di Losanna del 1923 che confermò la sovranità greca sulle isole dell’Egeo – non c’è spazio per ampliamenti delle acque territoriali: il loro confine è stato stabilito con l’accordo 4 gennaio 1932 tra Italia e Turchia.
L’isola greca è comunque il pomo della discordia; secondo Atene è il perno da cui far partire l’area di ZEE verso l’Egitto che chiuderebbe la costa turca. Ankara poteva sembrare tendenzialmente isolata sino agli inizi di quest’anno ma con l’inaspettato conflitto russo ucraino la posizione della Turchia è diventata fondamentale, determinante per la chiusura degli stretti ed abbiamo assistito ad un primo viraggio, subito monetizzato, verso le posizioni occidentali, ma certamente il conflitto con la forte presenza russa in Siria e la meno prevedibile, in quanto indiretta, presenza in Libia cambierà gli equilibri nel mediterraneo orientale, e probabilmente non si potrà più ripetere il fenomeno di esercitazioni navali turche con una marina russa che è sempre pronta a rafforzare la presenza in Mediterraneo.
L’Amm. Caffio stigmatizza sia il massimalismo marittimo greco che interpreta a senso unico il diritto del mare, nel solco della filosofia irredentista della Grande Idea per la riappropriazione di territori bizantini (filosofia di un secolo or sono seguita dall’allora Primo Ministro Eleutherios Venizelos), sia la speculare dottrina turca della Patria Blu.
più che una strategia di conquista, i proclami turchi configurano forse una visione marittima degli interessi nazionali simile a quella di altri Paesi, espressa in modo aggressivo.
La contrapposizione è molto forte, ma il conflitto in corso impone delle scelte; prima di questo l’interesse e l’intenzione ad una mediazione venivano sia da Egitto che da Israele, paesi ambedue interessati ad un quadro ordinato di frontiere marittime, almeno ad est del meridiano 28.
Non conosciamo le prossime mosse della Turchia in aggiunta alle ricerche offshore con proprie navi in zone contestate che hanno già generato confronti navali ravvicinati e forse troppa acquiescenza da parte italiana ma con la Turchia il “gioco” a rimpiattino nel Mediterraneo orientale ha comunque spiacevoli rimpalli conseguenze vicine, molto vicine, in acque albanesi: a dicembre scorso 2021, in risposta alle discussioni sull’allargamento delle acque territoriali, comprese quelle Greche nello Ionio, Ankara ha annunciato a una propria base navale nell’ancoraggio di Pashà Limani a Valona, in applicazione di un vecchio accordo di cooperazione, l’incognita è cosa l’Albania del premier Rama consideri conveniente schierandosi in tal modo; per quanto riguarda la Marina non va sottostimato nemmeno lo svolgimento di esercitazioni navali (pre conflitto ucraino) con una marina russa che è sempre pronta a rafforzare la presenza in Mediterraneo.
È difficile previsioni, sia in merito al condizionante conflitto russo ucraino che riguarda direttamente il teatro del mediterraneo orientale, con una stabile presenza russa, sia in merito alle continue giravolte della Turchia
Situazione di teatro ma anche relazioni bilaterali che devono porci la domanda di come l’Italia dovrebbe porsi in relazione agli atteggiamenti “imperiali” della Turchia nelle regioni dei Balcani e nel Mediterraneo orientale, e questo in un’ottica di strategia a lungo termine, indipendente dal conflitto in corso, in cui la Turchia è comunque parte, ben oltre il controllo, il rubinetto, del Bosforo
Certamente l’Italia ha un interesse vitale a contenere l’assertività della Turchia di Erdogan, in virtù della sua storia e della sua posizione strategica nel Mediterraneo.
Anche se tardivamente, il nostro paese sta dando segnali incoraggianti che vanno nella direzione di una forte attenzione alle mosse della Turchia sia nel nord Africa che nei Balcani.
Allo stesso tempo occorre ricordare che la Turchia è un partner commerciale importante per l’Italia nonché un membro della NATO; questo vuol dire che i tavoli per confrontarsi sono molteplici, il movimento filoturco è importante quanto quello filo russo (spesso sovrapposto)e possono portare a rafforzare le sinergie tra i due paesi, piuttosto che esaltarne la competizione muscolare.
Come membro fondatore della UE, l’Italia deve riuscire a svolgere un ruolo più incisivo nei rapporti con la Turchia, cercando di convincere Germania e Francia che può essere individuata un’agenda politica diversa da quelle (opposte peraltro) che le due potenze amiche hanno portato avanti nei tempi recenti verso il paese anatolico.
Non dimentichiamoci infine che la Turchia è stata ad un passo dall’adesione alla UE. Che interesse possono avere l’Europa e l’Italia a perderla come partner?
Qui entrano in gioco altre priorità, ed i Balcani sono parte del gioco del Mediterraneo orientale: la UE e l’Italia dopo l’Ucraina pensano di accelerare l’ingresso nell’Unione Europea di tutti i Paesi dei Balcani Occidentali che ancora non ne fanno parte, ovvero Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Albania e Macedonia del Nord.
L’Italia deve porsi come primo sponsor di questo processo, e contemporaneamente esercitare verso tutti questi Paesi potere contrattuale per impedire che la Turchia ottenga il mantenimento di avamposti militari in questa regione.
Per quanto riguarda invece il Mediterraneo, l’Italia dovrà schierarsi con tutti quegli attori nello scacchiere internazionale che hanno interesse al mantenimento della stabilità politica in tutti i Paesi del Nord-Africa. È chiaro che la stabilità politica in questa area del mondo passa necessariamente per il sostegno ad adeguate misure di contenimento ed eradicazione dell’islamismo politico in tutti i Paesi rivieraschi.
Su questo il cosiddetto “Occidente” è diviso, indipendentemente dal fatto che al momento il conflitto ha cambiato pesi e ruoli: non erano state adottate sanzioni contro la Turchia in quanto gli USA, o una parte dell’ establishment USA, pensavano (e forse pensano ancora) di poter utilizzare i turchi come “pedine” per dare l’assalto alle tradizionali sfere di influenza russa in Ucraina, nel Caucaso e nell’Asia Centrale infliggendo al contempo un duro colpo alla cosiddetta “Nuova Via Della Seta” cinese.
Un atteggiamento miope ed irresponsabile perché non tiene conto della più pericolosa ed infida tra le sei (6!!!) dottrine dell’espansionismo turco, è cioè quella del “Mavi Vatan” (la “Madrepatria Blu”).
Tale dottrina, formulata dagli Ammiragli Ramazan Cem Gürdeniz e Cihat Yaycı (non più in servizio, entrambi kemalisti atei e laici, non certo islamisti!) prevede sostanzialmente che la Turchia crei una “blue water Navy” (flotta militare d’alto mare) che le garantisca di dominare tanto il Mar Nero quanto il Mar Mediterraneo e con la capacità di intervenire anche nell’Oceano Atlantico, nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano.
Tale strategia è completamente inaccettabile per l’Italia dato che il Mediterraneo per la stessa sopravvivenza nazionale deve essere “libero” e pacificato e non potrebbe nè dovrebbe accettare che una forza ostile all’Italia si possa attestare impunemente nel nostro giardino di casa minacciando la nostra sicurezza nazionale.
Sino allo scoppio del conflitto ucraino la preoccupazione, ed il dilemma, era su quante e quali risorse (comprese quelle energetiche) ricadevano sotto il potere diretto ed indiretto della Turchia e come le nuove intese Russia-Turchia potevano cambiare gli equilibri raggiunti negli ultimi 70 anni (adesione alla NATO, guerra fredda e post) considerando che tali intese consolidavano una filiera a cui partecipa (direttamente e indirettamente) la Cina, via terra e via mare.
La strategia dell’amministrazione Biden ha rincorso un obiettivo piuttosto che fissarne uno preciso ed inderogabile: migliorare comunque i rapporti con la Turchia evitando che Ankara stringa un’alleanza maggiore con Mosca, un obbiettivo per il quale negli Usa le scuole di pensiero restano due e molto distanti fra loro (e le vicende delle forniture navali, della cantieristica e dei gasdotti greci ne sono l’evidenza): in sintesi c’è un gruppo dirigente contrario alla mossa ed uno favorevole.
Nell’ultimo periodo si è presentata anche una linea di pensiero più morbida e di utile compromesso fra le prime due, ovvero di chi pensa che – al netto delle differenze di vedute con Erdogan, che rimangono intatte – sia possibile lavorare in chiave NATO per disinnescare nuovi accordi con Mosca, che rappresenterebbero l’anticamera ad altri scenari. L’obiettivo non è evidentemente solo commerciale ma anche geopolitico, con una chiave anche nelle interlocuzioni ferroviarie con la Cina.
I silenzi di Pechino non vanno interpretati come un disinteresse legato prima alla contingenza pandemica ed oggi a quella bellica, tutt’altro.
È niente altro che la continuazione della tattica che ha portato alla penetrazione cinese (Belt&Road Initiative) nel Mediterraneo e nel costone balcanico.
Il riferimento è al China-Europe Railway Express, che attraversa il continente eurasiatico, le cui performances sono al centro delle relazioni sino-turche, dal momento che i treni merci svolgono un ruolo cruciale nella stabilizzazione della catena logistica internazionale. La Belt and Road per il tramite della China State Railway Group Co ha fatto muovere 7.377 treni merci nel primo semestre 2021, con un aumento del 43%.
Numeri che sono stati all’attenzione di tutti i super players, ma sono saltati con il conflitto ucraino.
Non bisogna dimenticare che al primo posto dell’agenda internazionale USA c’è l’indopacifico e solo dopo tutti gli altri, compreso quello energetico legato alla incontrollabile ed erratica postura di Erdogan contro Cipro e Grecia.
Tutto quanto sopra non significa automaticamente che gli Usa saranno distanti dalle provocazioni turche nell’Egeo, come in Libia o in Siria, ma che le controlleranno forse anche grazie a nuove intese, una delle quali potrebbe essere gli occhi di un leader amico con interessi generali sui territori di riferimento.
L’Italia ha una grande opportunità, più grande ancora del PNRR e non condizionata come lo stesso: lo ScanMed Corridor, che rappresenta strumento e motivo, il potere contrattuale della proiezione italiana, in questo caso finalmente in chiave europea, verso il Mediterraneo orientale e vero il MENA.
Significa manifattura, più investimenti, più capitali dall’estero.
L’infrastruttura porta ricchezza, anche a pioggia: per l’Italia più gas in Puglia vuol dire fare della regione e dunque del Sud un hub degli investimenti,
Nuove infrastrutture, stradali, ferroviarie, energetiche, sono strategiche per il Mezzogiorno, perché equivalgono a investimenti che danno immediati vantaggi a cascata, e la proiezione nel Mediterraneo orientale fa parte di queste opportunità
Per farlo bisogna però adottare da subito alcune misure, passare dalla strategia alla dottrina all’implementazione, ed il prodotto per l’implementazione si chiama cluster marittimo nazionale, cluster marittimo che per le sue caratteristiche comprende, tra l’altro, le attività estrattive di interesse italiano nel Mediterraneo orientale. Gian Carlo Poddighe
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