Propaganda e giornali asfittici

La copertura mediatica della guerra pone in risalto la crisi profonda dell’editoria e riporta in primo piano l’eterna dicotomia tra propaganda ed informazione.

Anche se, sull’onda del momento, risulta strumentale e speculativo dire che “senza risorse e modelli di business efficaci non si potrà sostenere il racconto degli inviati sul campo“, certamente se manca l’informazione di qualità e lo sviluppo del digitale si lascia spazio alla disinformazione: l’esempio russo, di perseguitare i giornalisti che non aderiscono alla sola propaganda, ci insegna qualcosa… 

Ancora una volta il nodo del problema non è la crisi, dichiarata da tempo, ma il modello di business

Un modello di business che ha ormai condannato la carta (e gli edicolanti ormai multistore di quartiere ne sono la prova) i giornali di carta spariranno tra pochi anni, parliamo di poche unità temporali, di tempo, magari qualcuno farà ancora qualche edizione stampata, riservata ad una élite, ma la grande maggioranza diventerà solo digitale o chiuderà.

L’edizione digitale avrà punte emergenti, di buona profittabilità, in una sola lingua, ovviamente ed inevitabilmente l’inglese, mirate alle classi più istruite e ricche del Pianeta, quella élite che costituisce l’audience ancora interessata all’informazione di qualità, notizie o analisi che spiegano e fanno capire cosa accade, ed è disposta a pagarla.

Più di venticinque anni fa il Globo, con il concorso del Giornale d’Italia, era riuscito a produrre “il giornale del giorno dopo” battendo la concorrenza, facendo cassa con un modello di business innovativo, estraneo ed atipico per mondo dell’editoria: avevamo due redazioni separate per web e carta.

Commettemmo un errore: doveva essere un modello di business unico, forme da integrare subito, avrebbero dovuto esserlo ovunque, perché il prodotto è unico.

Doveva essere un modello di business da “vendere”, replicare ma ci accontentammo di un successo limitato come area, puntuale e per questo effimero

Qualcuno pensa, ed in Italia esiste da sempre questo sistema, che servano sovvenzioni per far sopravvivere il giornalismo soprattutto locale, anche dopo il passaggio al digitale; non credo sia la soluzione, anche se questo lascerà intere aree senza fonte di informazione, anche se poi, proprio in Italia abbiamo chiari esempi di politicizzazione dell’informazione locale

È la differenza tra finanziamenti e sovvenzioni, che sono il pratico e poco subdolo strumento della propaganda

Credo che occorra porre il problema a livello nazionale come industria, industria che vende un prodotto e come tale va pagato, industria con un traguardo di redditività che può pertanto essere finanziata, come supporto ad un nuovo modello di business, soprattutto di lavoro giovanile

la chiave è il marketing, bisogna provarle tutte per fare abbonamenti, per attirare e fidelizzare lettori disposti a pagare per avere l’informazione a misura in qualsiasi momento la richiedano…

Pagare quanto? Abbiamo visto offerta promozionali da un euro per periodi limitati, e in parte ha funzionato, perché diversi lettori hanno poi confermato la sottoscrizione, anche via via adeguata. Vanno provate tutte, senza fare gli schizzinosi, perché in gioco è la sopravvivenza, bisogna elaborare strategie e non bisogna limitarsi ad un successo puntuale, tattico, a nicchie di opportunità.

i media tradizionali devono competere con i nuovi, ovviamente per distinguersi ed emergere in qualità, accuratezza e originalità, ma non basta.

Alcuni editori stanno trasformando la parte immagini, video e non solo, oltre il giornalismo e verso l’intrattenimento, ma personalmente non credo sia una soluzione, ma palliativo tattico.

In una professione vecchia bisogna partire dalla ricerca del ricambio, perché senza non c’è futuro: «Dobbiamo sviluppare non solo il linguaggio, ma anche i contenuti per attirare i giovani. Non basta banalizzare i temi, accorciare i pezzi e togliere le parole difficili».

i giovani vanno educati all’analisi e lasciati laschi, se non liberi, nell’innovazione (ma sempre nei limiti dell’etica e della professionalità) ma anche educati a stare alla larga dai miti: non servono esaltati, la professionalità non è ne lo scoop ne l’evidenza del rischio,  non è esaltare il coraggio degli inviati, compiacendo una forma di partecipazione certamente rischiosa ma quasi patetica se comunque protetta dall’eroismo di chi la guerra la combatte o la patisce in carne propria.

Certamente l’informazione, anche brutale, ma tempestiva assicura il futuro delle nostre società: se non sapessimo nulla di quanto accade in Ucraina, o nei crescenti angoli del mondo dove i diritti umani più basilari vengono calpestati da ideologia, culto della personalità, nazionalismo o semplice tornaconto personale, le nostre scelte ed il nostro futuro sarebbero a rischio. Un mondo dell’informazione povero, schiacciato come un hamburger da colossi con risorse incredibili, in grado di innescare minacce mortali e trasformazioni epocali quali Elon Musk che compra Twitter spacciandosi come l’ambasciatore della libertà di espressione o una serie di dittatori che perseguitano sino all’eliminazione fisica chi scrive l’evidenza, e la Russia è solo l’ultimo caso, la semplice attualità.

Una crisi dell’informazione che riusciamo a percepire e criticare, magari facendo poco per superarla, ma se è tragico per noi occidentali non sapere la verità su determinate situazioni, ultima la Russia, pensate a quanto sia più drammatico per i russi non rendersi conto di quanto avviene a casa loro.

Inutile palliativo affermare che ci sarà un giornalismo che, quale esempio immediato, racconterà Mosca dall’esilio; abbiamo molto esperienze dall’ esilio, la più recente, comunque su modello e influenza russa, è quella venezuelana: i risultati: pessimi ed inefficaci, facili da smontare perché univoci, tacciati di parte e schiacciati dalla (ricca) propaganda che sempre trova alleati e portavoce (magari al soldo).

Tutto si lega al problema delle risorse e i business model, perché senza media indipendenti che riescono a stare in piedi sparisce l’informazione libera e restano solo propaganda e disinformazione; forse sarebbe il caso di tornare pagare, magari poco, l’informazione, non con sovvenzioni, ma con qualche abbonamento. Gian Carlo Poddighe

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