Verità impopolare

una luce ancora più negativa sulle narrative ambientalista, spesso figlie della propaganda politica, con matrici antioccidentali, e su coloro che si ostinano a propagarle, in Italia come altrove. Agli argomenti antiideologici, attestati da evidenze, si contrappongono dubbi, richieste di “verifiche indipendenti” e si insinuano contro-narrative dal sapore complottista, accusando le voci del deserto di essere portavoci dell’immobilismo e del negazionismo.

E’ facile mobilitare le masse, ed in particolare i giovani, per le rivoluzioni, e più difficile invitare allo studio ed alla riflessione.

Per affrontare il fenomeno occorre fare anche qualche  passo indietro, guardarsi intorno, e magari per qualcuno un po’ più vecchio ricordare le prassi della guerra fredda, quando i “social” non erano neppure immaginabili ma la propaganda era massima, con metodi grezzi ma anche sopraffini:   queste mistificazioni della realtà possono attecchire (anzi son tornatE ad attecchire) grazie ai profondi cambiamenti nella sfera mediatica degli ultimi anni, catalizzati dai social media e mal gestiti da chi dell’informazione ne fa un mestiere fatto di scoop, di consumo immediato, e non di servizio basato su etica e deontologia.

È più facile parlare bene della Greta Thumberg, utilizzando le veline che vengono distribuite dalla potente organizzazione che l’ha creata e la sostiene, piuttosto che scervellarsi per analizzare i fenomeni.

Da quando ha preso piede il concetto di “fake news” e della necessità di contrastarle, si è cercato di condurre una battaglia di informazione binaria, senza troppi successi.

Ridurre tutto al “male contro il bene”, al pensiero dogmatico contro quello eretico, significa conformarsi a dettami vecchi quanto l’umanità che non dovrebbero trovare spazio nel mondo del confronto diretto e globalizzato.

Il trend è stato esasperato dalla struttura delle piattaforme social e da come il mondo dell’informazione si è adattato ad esse: un modello di business che premia la semplificazione estrema, l’immediatezza – che alcuni esperti definiscono “bulimia dell’informazione” –, certamente la spettacolarizzazione.

Il risultato finale, inevitabilmente, è la polarizzazione: posizioni superficiali e contrapposte, a beneficio dell’intrattenimento, ma incompatibili con una lettura veritiera della realtà.

Il problema non è l’informazione calcata in bianco o nero, ma la sua sovrabbondanza: quella che sociologi e informatori definiscono “infodemia”, non è altro che “la reazione dell’essere umano a un sistema informativo molto rumoroso”.

Un clima del genere porta il fruitore al disorientamento, ed anche all’ assoggettamento, all’ appiattimento sulla maggioranza (o apparente maggioranza) quindi alla ricerca di appigli ideologici – il cosiddetto confirmation bias.

Ci si dimentica troppo spesso che l’infosfera alimentata dai social è pensata per intrattenere e non informare, meno per documentarsi, così come l’informazione propinata da wiki non è verità assoluta, ma info volutamente caricata da “interessati”.

Peggio se tutto questo viene poi captato e gestito da accademici, o pseudo accademici, trasformando la necessità di confronto, per la scelta delle migliori opzioni, nel contesto ideale per combattere una guerra informativa: negazione delle prove, sfiducia nei media, contro-informazione. A furia di stressare il dibattito sull’attendibilità delle fonti e le fake news si è minata la fiducia nei processi logici: tutto può essere messo in discussione, anche l’esperienza acquisita, al punto che anche davanti a dati provati ed empirici ci si sente legittimati a dire: “…servi dei padroni e del sistema … avete ingannato nel passato, anzi finora, … perché stavolta dovrebbe essere diverso?”.

Questo crea una sorta di “cortocircuito informativo”: ogni dibattito pubblico è surreale perché ognuno nella libera esposizione può far leva sulla propria ideologia, dalla quale trae le convinzioni, trasformandole in prove e può, in tal modo, negare la realtà.

Terreno fertilissimo per far attecchire le spiegazioni alternative: il complottismo è sempre esistito e la narrazione ideologica, facile perché basata sulle pulsioni e non sullo studio e l’analisi dei fenomeni, gioca sull’antagonismo all’ “establishment mainstream capitalista”: a una fantomatica influenza della globalizzazione, a sua volta vera fonte dei cambiamenti mediatici e sociali, nemica della decrescita felice, ormai diventata un dogma (solo europeo).

A tutto questo siè immediatamente adeguato non solo il linguaggio politico e quello giornalistico, ma anche una parte di quello accademico più proclive alla moda ed all’emersione in circoli chiusi (baronie) che allo sviluppo di tesi autonome: ci si adegua alle logiche di questa nuova infosfera, che rappresenta comunque l’interazione tra l’essere umano e il sistema informativo che lo circonda.

Occorre ricostruire la fiducia nelle analisi e nei media, mettendosi sempre in discussione, un esercizio che non tutti vogliono (e riescono) a fare, timorosi dell’impopolarità sempre alle porte, ma tale ricostruzione implica un maggior impegno nella docenza informata nonché una pesante revisione del modello di business dell’informazione, e del suo immediato veicolo, il giornalismo.

Gian Carlo Poddighe

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