Difesa, i numeri che non tornano

Non vorremmo che si tornasse a parlare di tanto rumore per nulla

In questi giorni ci vengono propinati dei numeri quali risultati statistici che in effetti quasi sempre si rilevano manipolazioni alla fonte.

Manipolazioni alla fonte se non altro per mancata omogeneizzazione dei dati per una loro corretta presentazione ed interpretazione.

Tutto ruota intorno alle decise ma sotto altri versi imprecise affermazioni del premier Draghi sul contributo del PIL alla Difesa e poi del ministro della Difesa che spostano i traguardi dal 2024 al 2028, una data questa che vanificherebbe parte dei benefici, sia nazionali (impatto economico e sviluppo tecnologico/industriale) sia di credibilità europea:  nel frattempo ed unico segnale, anch’esso ambiguo, la Camera dei Deputati ha approvato a grande maggioranza un ordine del giorno che “impegna il governo” ad “..avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il 2% del PIL”.

Una formula molto ambigua per passare in pratica dai 25 miliardi l’anno attuali a 38 miliardi l’anno (quando?).

Molti degli avversari (non si parla né di opposizione né di approfondimenti, e forse bisognerebbe decisamente parlare di nemici della difesa) si appellano ai dati del SIPRI di Stoccolma, asserendo trattarsi di uno dei più accreditati ed indipendenti istituti mondiali di analisi; secondo lo stesso  i 27 Paesi dell’Ue già oggi spendono 233 miliardi di dollari all’anno per la difesa, più del triplo di quanto spenderebbe la Russia, e già questo dovrebbe far accendere una lucetta di attenzione, almeno gialla.

Gli Stati Uniti (un altro paese NATO) sono in testa in termini di spesa con oltre 766 miliardi di dollari, che rappresentano il 3.74% del loro PIL: da soli gli USA spenderebbero oggi più di UNDICI VOLTE rispetto alla Russia.

Si accondiscende che anche la Cina spende di più che nel passato: +76% nel decennio 2011-20, come India e Russia.

Mosca è cresciuta costantemente fino al 2016, ha investito molto negli ultimi tre anni, raggiungendo una spesa stimata in 67 miliardi di dollari /anno, comunque meno di un decimo degli USA

Si tratterebbe di una spesa della Difesa “SOLO” tre volte superiore a quella dell’Italia.

L’Ucraina, di attualità, si trovava al 34^ posto mondiale, con quasi 6 miliardi. Un valore che significa il 4.13% del suo GDP nazionale, facendo definire il suo governo guerrafondaio.

Il suo trend di spesa è stato in crescita: 10 anni fa la spesa era di poco più di due miliardi, ma Kiev prima della guerra spendeva comunque un decimo rispetto alla Russia.

In termini complessivi la NATO (USA compresi) spende complessivamente circa 1.103 miliardi di dollari, pari al 56% della spesa militare globale.

Tra i primi 15 Paesi per spesa militare nel mondo, sei sono membri della NATO: l’Italia rimane nella top 5 europea per spesa e all’undicesima posizione globale. 

Quindi Mosca spende “solo” 67 MILIARDI e la NATO ben 1.103 MILIARDI: 18 VOLTE PIU’ DELLA RUSSIA.

Questa presentazione delle cifre dovrebbe sembrare molto di parte anche per i lettori o spettatori meno preparatai, non solo per il fatto che l’attuale conflitto non coinvolge nessuno dei paesi messi a confronto con la Russia, ma non tiene assolutamente conto della “qualità” e destinazione della spesa, neppure delle già pretestuose distinzioni tra armi “letali e non” come neppure degli arsenali atomici e delle armi balistiche.

O i numeri sono sballati o Putin è un suicida a mettersi contro la NATO, oppure (terza ipotesi, da non scartare) la NATO spende male i suoi soldi, ma allora – prima di parlare di Difesa Europea – andrebbe verificato se non sia il caso di spenderli meglio,

Per spenderli bene se non meglio bisognerebbe in primo luogo che la UE fosse un’unità politica, con decisioni uniche (non solo comuni) in materia di politica estera, dalla quale dovrebbe derivar la politica di difesa con decisioni uniche (non solo comuni) in termini di strategia, organizzazione e mezzi.

Tutte le altre considerazioni sono anch’esse manipolazioni che ci fanno tornare a “svincoli e sparpagliati” di napoletana memoria.

Lo spenderli “meglio” diventa però un’arma poderosa, insieme al quadro statistico della SIPRI, in mano agli avversari (avversari viscerali e non critici) del mondo militare e solo di conseguenza delle spese militari.

Lo spenderli “meglio”  è peraltro un aspetto che andrebbe verificato anche per le spese militari italiane, prima riflettendo sull‘importanza politica e sugli aspetti di interesse nazionale del capitolo (e quindi sulle ripartizioni e nomine nella formazione dei governi, un peso per funzioni e non per peso degli stanziamenti e voti di ciascun dicastero)  e poi, in sede di bilancio, con una precisa discriminazione dei costi e degli stanziamenti veramente attribuibili alla voce difesa, in primis consistenza operativa, addestramento, dotazioni, logistica, sostenibilità delle operazioni (e non solo le pur necessarie commesse industriali).

Si è scatenato un dibattito con aspetti di minima razionalità dove si profilano argomenti che dovrebbero far riflettere sull’imparzialità dei dati, delle motivazioni e degli interventi:

  • sull’ imparzialità ed opportunismi del SIPRI ci sarebbe da fare un lungo discorso ed estendere un ampio velo, soprattutto adesso che proprio la Svezia sta valutando l’opportunità di aderire alla NATO, quella stessa Svezia che pur armandosi per supportare la sua neutralità ha opportunamente permesso ed ospitato movimenti con finanziamenti poco trasparenti che proprio imparziali non sono sembrati, molto meno filoccidentali.
  • Sull’interpretazione delle statistiche, anche nostrane, è sempre mancata un’analisi critica ed approfondita, basti pensare a due casi estremi, Italia e Russia: 

–     l’Italia “carica” sulla difesa spese ed oneri impropri, compresa sicurezza interna, missioni umanitarie, personale non militare, infrastrutture, spese mediche, sanitarie ed interventi sociali (rifornimenti idrici, evacuazioni sanitarie ed umanitarie) attività sportive (…e chi più può più attinga al pozzo…)

mentre

  • la Russia stralcia accuratamente ogni stanziamento diverso da quello strettamente legato agli armamenti ed all’impiego dello strumento militare
  • dopo decenni di input e proclami pacifisti – soprattutto se si dovevano criticare gli USA – ora siamo al corto/contro circuito informativo: papa (non emerito) Francesco, l’ “argentino”, con esternazioni di rabbia e non di calmo ed autorevole invito dà dei “folli” ai governanti (compresi quelli europei) per queste spese eccessive e viene alternativamente amplificato o censurato secondo le tendenza.

Indipendentemente dalle valutazioni e percezioni globali, chissà se qualche italiano si renderà conto che siamo “parte” di un territorio da difendere, dove le distanze tra Kiev e Trieste (l’orma dimenticata ed indifesa soglia di Gorizia) è minore di quella di Trieste con la Puglia, e tutto questo è un chiaro indizio da una parte di disinformazione e dall’, altro, in applicazione della disinformazione, di assoluto controllo a blocchi dei media.

Certamente c’è una convergenza di interessi tra due grandi blocchi a cui la disinformazione fa gioco, accrescendone il potere, nella loro capacità di influenzare le scelte politiche dei governi (ed unica voce al riguardo, conseguenza della campagna elettorale in corso, viene dalla Francia dove sono stati tracciati finanziamenti):

ambientalisti e pacifisti unidirezionali puntano, insieme, a proporre un utopico mondo migliore se l’umanità destinasse queste somme – anziché per potenzialmente uccidersi a vicenda – a migliorare invece le condizioni del pianeta e di chi ci abita… Dibattito accesso, sofismi sulle parole …armamenti, riarmo, uccisioni (reciproche)… ma non affiora mai la parola DIFESA.

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