Il populismo più becero dipinge le spese militari come RIARMO, e con questo crea allarmismo e reazioni negative.
Certamente il papa (rigorosamente con P minuscola) argentino ci aggiunge la sua, e non in termini di pace ma di pacifismo ideologico, al punto che il Segretario di Stato, Parolin, si è stranamente distaccato con una sua diversa interpretazione.
Tutti costoro, e bisognerebbe vedere quali canali di finanziamento sono, da decenni, dietro i movimenti pacifisti, propalano la tesi che le spese per la difesa siano per principio ingiuste, perché sottraggono fondi a ben altre necessità e «priorità», o immorali, perché servono a una guerra che la nostra Costituzione esclude.
Sono entrambe affermazioni false.
Innanzitutto, perché sono più produttive di molte altre, dal reddito di cittadinanza al bonus monopattini, al bonus televisori e qualsiasi altro bonus quale erogazione populista.
Non sono in alternativa con gli ospedali o con il sussidio di disoccupazione, come ripetono i demagoghi.
La parte ordinaria del bilancio della Difesa, infatti, più della metà del totale, serve a pagare stipendi e sedi di circa 170 mila militari, più 20 mila civili (in tutto 40 mila in meno di dieci anni fa, con una pericolosa riduzione che ne compromette l’efficienza, anche con un eccessivo logorio del personale veramente impegnato (riduzione studiata, voluta e gestita da un demagogo, di estrazione militare, arrivista purtroppo a noi vicino, come formazione).
Un’altra fetta, oggi troppo esigua, finanzia il funzionamento dei mezzi e delle strutture e l’addestramento del personale.
Infine, un 25% è per gli investimenti: almeno l’80% dei quali va a progetti attuati dall’industria nazionale italiana, con grandi effetti sull’esportazione (si parla di un rapporto 17:1).
Si tratta pertanto, nella totalità degli stanziamenti, di un investimento che produce, oltre che ricerca e sviluppo, occupazione e Pil.
Vale l’esempio delle costruzioni navali (con componentistica totalmente italiana), vale persino per la produzione aeronautica, del più criticato progetto, F35, dove nello stabilimento di Cameri lavorano 1100 persone per l’assemblaggio dei velivoli destinati non solo all’AMI ma anche ad altre forze aeree europee e della NATO.
Il settore che comprende aerospazio, difesa e sicurezza fa 16 miliardi di fatturato e 50 mila addetti, vale per la cantieristica militare con circa 35 mila addetti e 170 mila di indotto.
Il servizio nelle FFAA è uno dei migliori strumenti di formazione per un paese che ha dimenticato di parlare ed insegnare ai giovani il senso di responsabilità ed i valori di appartenenza e solidarietà.
Una spesa che non sarà il reddito di cittadinanza, ma un suo valore sociale ce l’ha, un valore sociale che ha portato tutti i governi che si sono succeduti dal 2015 ad oggi ad accrescere il bilancio della Difesa, per poi impiegare le FFAA in ogni genere di servizi, da strade sicure all’emergenza rifiuti alla protezione civile, sminuendone in tal modo scopo ed efficienza militare, anche per la diversa tipologia di mezzi e la loro usura.
Non va poi dimenticato che i Carabinieri incidono sul Bilancio della Difesa invece che su quello degli Interni, ulteriore furbizia del bilancio italiano per aggirare gli impegni assunti con gli alleati. Nel periodo dei due governi dell’attuale paladino PPP (e le P diventerebbero almeno quattro), Conte, dal 2018 al 2021, si è passati da quasi 21 miliardi annui a 24 miliardi e mezzo.
Un’apparente novità è stata introdotta dal secondo governo Conte, che ha istituto con la legge di bilancio del 2021 il «fondo pluriennale per gli investimenti per la difesa», finanziandolo con 12,5 miliardi (in 15 anni); poi rifinanziato anche dal governo Draghi per la stessa cifra.
È questa la parte – ancora troppo ridotta, non solo per i fini ma anche per l’effetto moltiplicatore sull’economia nazionale – della spesa che punta ad ammodernare la nostra capacità militare e di portarla progressivamente, secondo gli accordi da tempo sottoscritti in sede Nato, al 2% del Pil; obiettivo che avremmo dovuto raggiungere nel 2024 e che invece, un po’ alla volta, se tutto va bene, centreremo nel 2028.
Quindi la spesa per la difesa (e non per il riarmo) è necessaria e produttiva, non ingiusta.
Ma è immorale?
Tutti coloro che l’avversano, prima o poi fanno riferimento all’articolo 11 della Costituzione, di solito citato solo per le prime quattro parole: «L’Italia ripudia la guerra». Cioè rifiuta, respinge la guerra. Ma quale guerra?
Il fatidico articolo lo precisa: «Ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Sembra calzare a pennello alla guerra di Putin.
Eppure, molti citatori entusiasti dell’articolo 11 non lo sono altrettanto nel ripudiare l’aggressione dell’Ucraina.
C’è poi un altro comma; aggiunge che l’Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
Base giuridica che spiega perché siamo tenuti a rispettare i nostri obblighi verso la NATO.
Non solo di questo scudo abbiamo fatto uso per più di settant’anni al fine di proteggere il nostro paese da pericoli esterni, ma si tralascia il fattore più importante: i trasferimenti di tecnologia ed i finanziamenti NATO hanno contribuito moltissimo a colmare il gap tecnologico di cui soffriva ancora l’Italia sino a tutti gli anni 60, comprese le infrastrutture (inclusi porti, aeroporti, ponti ed autostrade) che si sono dovute adeguare agli standard NATO, ed hanno goduto di contributi in tal senso.
Ai pacifisti festaioli, ideologici e persino di frangia religiosa che si coprono dietro le ire e gli anatemi dell’iman residente in Trastevere, in un albergo esentasse vicino a Castel Sant’Angelo ed all’attualmente sfitto Palazzo apostolico, basterebbe ricordare gli scritti di Tommaso Moro (Santo Tommaso Moro, e più importante santificato in epoca recente) che parlando proprio di soprusi e di pace si sofferma lungamente sulla liceità della forza e delle armi quale difesa (attiva, non quella della sottomissione).
Senza scomodare i santi, ma sempre riferendosi a Roma, seppur dall’altra sponda del Tevere, il capo del partito che più di tutti si era opposto all’ingresso dell’Italia nell’Alleanza Atlantica, Enrico Berlinguer, riconobbe ormai più di 40 anni fa, in un’intervista di Giampaolo Pansa, che si sentiva più sicuro per la democrazia sotto l’ombrello della NATO che sotto quello del Patto di Varsavia.
D’altra parte, per conferma, chiedere ai polacchi, agli ungheresi o ai cechi, tutti prima o poi invasi dall’Armata Rossa, alla minima espressione di dissenso e richiesta di libertà
Nota: P:P:P: si può interpretare anche in altro modo, più efficace ma censurabile… lasciamo in sospeso come quiz….
Lascia un commento