Discussioni e c… nostri (malpensanti, c sta per costi!) Pitesai cos’è ed a cosa serve

Purtroppo, la transizione energetica è divenuta un tema ideologico cavalcato da gruppuscoli organizzati e da politici che non si documentano e cavalcano le istanze puntuali di tali gruppuscoli.  ( he si barcameno, nel buio più assoluto di conoscenze tra “transizione energetica” e “transizione ecologica”, con la benedizione di Greta e di Bergoglio..)

Manca educazione e coerenza al proposito, e la gestione non può essere al politico del momento, gestione puntuale di una emergenza che non è(ancora) tale e deve essere affrontata con un programma almeno ventennale.

Ormai, al pari del COVID, ci troviamo quotidianamente di fronte a dibattiti con pseudo esperti (e peggio decisori politici) che snocciolano dati e pareri senza avere la minima idea di cosa stanno trattando: fanno parte, nel migliore dei casi, di movimenti e partiti che hanno un approccio fideistico nelle rinnovabili, ma sono anche gli stessi che poi non vogliono gli impianti sulle colline o sulle viste, perché deturpano il paesaggio…

Parole, parole, troppe parole in libertà, e risorse buttate dalla finestra … (il caro bollette attuale, più che all’innegabile aumento del prezzo delle materie prime si deve ai cosiddetti oneri  accessori e certificati ETS imposti da questi visionari in malafede, con la complicità di politici impreparati, convinti di ricavarne in tal modo visibilità e consensi. 

Nessun paese può percorrere DA SOLO la strada della transizione energetica, sarebbe svuotare il mare con un ditale, e l’ancora recente COP26 ha dimostrato quanto abissali siano ancora le distanze, pur su un tema generalmente accettato

Si tratta di dati che ci invitano ad accelerare sul necessario e inevitabile percorso di transizione energetica però con un approccio di realismo e pragmatismo e con la consapevolezza che non esiste una soluzione unica, magica ed immediata, per raggiungere la neutralità climatica. 

Più che concentrarsi su una disputa tra elettroni e molecole, risulta indicato appellarsi a tutte le tecnologie e soluzioni a disposizione del sistema energetico per conseguire progressivamente gli obiettivi climatici rinnovati in ultimo nella COP26 di Glasgow.

Le transizioni delle fonti fossili hanno storicamente richiesto perlomeno mezzo secolo, anche se quella delle nuove rinnovabili (che oggigiorno soddisfano il fabbisogno energetico globale in minima percentuale ed hanno evidenti limiti di crescita ed applicazione) avrebbe di fronte a sé un lasso di tempo molto più ridotto per arrivare a termine (comunque dell’ordine di decenni). 

Se da un lato avrà un formidabile alleato nell’innovazione tecnologica, che si muove a ritmi sconosciuti nei secoli precedenti, d’altra parte, rispetto a una tendenza insufficiente di penetrazione delle fonti pulite e innanzitutto di installazione di capacità energetica green (in Italia ne sappiamo qualcosa), è necessario dare priorità a forza all’ottimizzazione DEI SISTEMI ESISTENTI prima ancora che agli investimenti in potenza rinnovabile, non si può intervenire sul punto finale, la generazione, se prima non si interviene sul rinnovo ed ottimizzazione di infrastrutture e reti, introdurre adeguate misure regolatorie e prevedere opportuni interventi dal lato della domanda, affinché il processo di elettrificazione verde possa diventare pervasivo.

In contemporanea, non si possono non adottare provvedimenti finalizzati a ridurre i costi economici e sociali delle politiche di transizione, oltre a individuare opportuni strumenti e modalità per coinvolgere pienamente i Paesi emergenti nella stessa prova. 

Nel frattempo, parliamo comunque di due se non tre decenni, dovremo ancora ricorrere “anche” (un “anche” che nella realtà significa soprattutto) al gas naturale (che altresì nello scenario Net Zero by 2050 la stessa EA seguita a considerare METÀ dei livelli attuali di domanda) e a servirci di navi metaniere e gasdotti, da cui FORSE un giorno passeranno gas rinnovabili e decarbonizzati.

Per quanto riguarda l’ Italia nessuno farà veri investimenti se prima non sarà messo a punto un quadro regolatore semplice e di sicura interpretazione giuridica.

Il Paese non può permettersi il lusso ed i costi di essere solo consumatore di energia, deve pertanto assumere e garantirsi un ruolo (come aveva in passato) da coprotagonista nel mercato dell’energia, di qualsiasi natura essa sia, dal tradizionale all’innovativa.

Ambientalisti e volponi della politica e della speculazione chiedono TUTTO e SUBITO, tralasciando da una parte il fatto che in Italia non abbiamo ancora il relativo piano regolatore e dall’ altro che la tecnologia relativa non è ancora matura (poco sulla generazione, meno ancora su tutta la necessaria filiera)

Gli investitori globali e le compagnie di settore sono pronti a giocare la partita di nuovi gli investimenti ma finché le leggi impediscono e le regole frenano nessuno si azzarda nuovamente a rischiare un investimento: in mancanza di regole chiare e con la frammentazione di competenze, per minare e perdere enormi investimenti sono sufficienti interpretazioni pretestuose, con poche righe di ricorso al Tar conseguente per esempio a un parere non espresso alla conferenza dei servizi, al malumore di un amministratore locale o di un politico che per conquistare consensi accende paure negli elettori. 

Si attende il nuovo piano regolatore, ossia che venga reso noto il PITESAI (acronimo di  “Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee” che già come nome è un disincentivo) approvato dalla Conferenza Stato Regioni, con la consapevolezza di una formulazione pretestuosa ed ideologica dello stesso: il «piano regolatore» dovrebbe stabilire dove non si possono sfruttare le risorse del sottosuolo (…non qui...) e dove invece si potrebbe  (…da un’altra parte ma non qui…).

Assorisorse, l’associazione confindustriale delle società minerarie, è stata esplicita nel dichiarare che «…finché non si conosca il contenuto del PITESAI, nessuno investirà; e se il documento frenerà gli investimenti, allora nessuno investirà nemmeno in futuro».

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